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L’incapacità di sentire il dolore e la finzione

settembre 27, 2007

«Non c’era un clima omofobico all’interno della scuola. Né Matteo era omosessuale. Non che esserlo sia un fatto offensivo. Lascia perplessi – è il commento di Borgna – che diventi un’icona gay un ragazzo che non era tale». Nell’atto giudiziario si accenna alle immagini femminili rintracciate nel cellulare del ragazzo, «che indicano un’univoca attenzione per l’altro sesso».

E’ un passaggio di quanto ha scritto il Pm di Torino, Borgna, chiudendo l’inchiesta sul 15 enne suicida di Torino. Di fatto una requisitoria contro chi ha denunciato.

“Non che esserlo sia offensivo”.

Un ragazzo di 15 anni si suicida perché qualcuno immaginava la sua omosessualità e la perseguitava, ubbidendo al suo fantasma interiore. Fossi stato quel giudice, sarebbero state proprio le immagini femminili sul cellulare ad allarmarmi: la necessità di essere accettato. Quello che lascia senza fiato è l’incapacità di un giudice, e di tutto un ambiente, di entrare in contatto con il “contenuto reale” della violenza antiomosessuale, la sordità emotiva e la disponibilità ad ascoltare la rimozione, e la solidarietà degli ambienti “istituzionalizzati”.

Non quella di sentire il dolore di Matteo, che è ciò che l’ha ucciso. Perché è proprio quello il fantasma che viene rimosso.

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