Archive for the 'il piacere dell’occhio' Category

Le cinque rose di Jennifer

dicembre 9, 2007

“Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello, per la regia e l’intepretazione di Arturo Cirillo. Resta fino al 13 dicembre a Roma, poi non so. In un quartiere “di travestiti”, i suoi abitanti muoiono a ripetizione, tutti con un colpo in bocca, tutti con cinque rose su un tavolo. Anche Jennifer ha cinque rose, sogna l’amore col play back di una “radio libera” degli anni ’70 che dà Mina e Patty Pravo, si veste in attesa di un Franco incontrato una sola volta, di cui stringe al cuore la cornice di una foto che non c’è. E poi “anche Jennifer” muore con un colpo in bocca.

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Bacio di mischia

settembre 24, 2007

Questa foto qui – ipotizzo – si rifà al filone rugby uguale sport della lealtà e dei sentimenti sani. Avendo conosciuto un filo l’ambiente sportivo, mi viene un po’ da ridere. E tuttavia, la foto è splendida: richiamando un bacio tra i più improbabili rivela il sogno omoerotico che c’è in quello sport i cui praticanti, a livello individuale, rifiuterebbero fieramente ogni accostamente con l’omosessualità, ma offrono il loro corpo nudo ai calendari e praticano uno sport in cui il desiderio dell’altro è sublimato nella “leale” forza bruta.

Più candida, onesta e bella metafora dell’omofobia non conosco.

Mi piace il tuo tubo catodico

settembre 18, 2007

Quando vado fuori per lavoro mi registri tutte le puntate di Will & Grace.

Quando torno me le fai vedere tutte, una dopo l’altra. E alla fine di ogni puntata mi chiedi: “Ma sei sicuro che ti piace?”

Mi fa ridere, ma qualcosa non mi gira, mi lascia teso, te l’ho detto con un giro di parole: “Forse i personaggi sono un po’ troppo narcisisti”.

Ma non te lo dirò più chiaramente, saresti capace di buttarmi fuori di casa.

p.s. a me piacerebbe essere Karen, ma non reggo l’alcol.

Corpo di sé

luglio 6, 2007

Il corpo è la mistica della contemporaneità. Belli, in salute, infiniti, questo vorremmo essere. ‘Body is everything’, il corpo è tutto, è dappertutto. Nudo, fotografato, esposto. Un culto però da maneggiare e manipolare: bisturi per correggerlo, ginnastica per migliorarlo, medicine per guarirlo e fermarlo nel tempo.

Ai giornalisti – pensavo leggendo queste parole – capita spesso di scoprire l’acqua calda. Poi ho fatto caso che questo era un pensiero pensato con la mente collettiva, pensando “in generale”. E tu? Cioè se pensi per te, è ancora così scontato quello che c’è scritto?

A parte che la risposta è no, ripenso a quella volta che il pari età che si è rifatto il naso, che mangia foglie di insalata perché “odio il cibo”, e che spende l’equivalente del mio stipendio in abbigliamento, quella volta che lui mi portò a fare l’endermologie. Anni fa. In quella tutina aderente, color grigio topo, fatta di un tessuto tipo swiffer per la polvere la mia rotondità semplicemente si diffondeva nello spazio. Apprezzai molto la professionalità della ragazza assistente, che riuscì a non ridere.

Non ho ancora deciso chi ha ragione, se il vf che spende come una pazza in estetica o io, che mi metto le mani in faccia solo per radermi. Non è questione solo di redditi, è immagine di se stessi. Lui vuole essere bambi, io penso di essere una vaiassa meridionale che si asciuga le mani sul grembiule macchiato. E voglio essere amat(a) (o) anche per le mie dimensioni. E non ho paura né del cibo né della merda che ne consegue (a furia di odiare il cibo lui era costretto a tenere fialette di glicerina sul davanzale del bagno).

Rifarsi

aprile 21, 2007

“Adeguo la mia esteriorità alla mia interiorità”

Vladimir si è rifatta naso e seno, dice Corriere.it . Il giornale si dilunga nel chiedersi se la cassa dei deputati o l’assistenza pubblica pagheranno per gli interventi. L’onorevole assicura che il suo look continuerà ad essere sobrio, come sempre.

E qua, pur avvertendo un vago senso di superfluo, diciamo che sono “fatti suoi”.

La notte dei Fish & Chips

febbraio 5, 2007

C’era Brokeback Mountain su Sky stasera. E chi ce l’ha il coraggio di rivederlo? Mi succede sempre così, anche con Almodovar, anche con i libri più amati. Non riesco a rivedere, a rileggere, perché non si può riattraversare quella parte di dolore. Ieri sera c’era Le onde del destino, dieci minuti ho resistito, poi via. Per BM ho messo il registratore. Si vedrà, se vedrò.

E’ che con l’età si diventa più esposti alle emozioni, più fragili, proprio perché più capaci di accoglierle. Se ciò che accogli dentro di te ha una temperatura troppo alta, solo l’ustione può risultarne. E non è necessariamente una questione di contenuti gay. E’ questione di parole. A un certo punto ci sono parole che hanno il potere di rigenerare attraverso la commozione. Può essere anche poesia. Sull’iPod ho un percorso fatto di Freddie Mercury, di Abba, di Patty Pravo. Slalom tra Time Waits for Nobody e The Winner Takes it All, fino a Baby Blue. Perché? E chi lo sa, non lo so. E’ l’associazione libera del cuore, ma soprattutto delle immagini che sotto quella colonna sonora sciolgono le lacrime (sempre le stesse). Poi lacrima dopo lacrima (se sei in treno è un casino) l’anima si ripulisce e puoi andare a letto contento.

Per esempio stasera, sotto Mercury, e i suoi “we were born losers”, ripensavo a quando qualcuno mi portò a Londra, alla mia prima discoteca. C’era un solo particolare, che avevo quasi 50 anni. Ma era la prima discoteca, ed era l’Astoria di Londra, e poi c’era lui e quella era la “sua” Londra. Me la mostrava come una collezione privata. Si fecero le 4 come niente, e il mio accompagnatore non si decideva a venir via, gli piaceva spiegarmi i misteri della disco, di quello per terra strafatto di crack, di uno che ballava in mutande su un tavolino da bar, e di quelli in corridoio che si baciavano, e del fumo che non era un incendio, e rideva della mia meraviglia. Si decise solo quando un ragazzetto mi fece una carezza. La gelosia è un motore del mondo.

Poi alle 5 di mattina ci fu un fish & chips in strada. Faceva freddo, ma le patate erano calde, nel vassoio di polistirolo. E io vorrei morire, per tornare indietro e rivivere un solo momento. La notte dei fish & chips.

Lo specchio del Max’s

gennaio 7, 2007

Finalmente ho trovato uno che mi ha convinto (mai sarei andato da solo). Ci sono andato, alla mia veneranda età. Come se uno facesse la prima comunione a 50 anni. Eccomi qui, una sera al Max’s di Roma, a decine mi avran detto: “dovresti andare al Max, la’ c’è il tuo pubblico”.

Me astemio, una “corona” in mano, un sorriso ebete, morto di freddo perché mi son vestito male. Dice l’accompagnatore: è una sera morta, non c’è folla. Nelle sere vive ci farà più caldo grazie alla traspirazione, penso. Io non ballo. Non bevo, faccio pochi cappottini sugli altri, mentre qui sento che non si fa che questo.

Occhi che guardano bassi, radiografie clandestine al volo. Sento di star entrando in molti data base mentali, qualcuno mi guarda interessato, è gente che non toccherei per sbaglio, i miei simili. Vado via alle 2,10, quello del guardaroba fuma e mi ha impuzzito il cappotto, ma lo ammiro, studia un manuale di radiologia fra un cliente e l’altro. Mi basta. Troppi vecchi come me, con un bicchiere in mano e niente da stringere. Lo specchio fa male.

Occhiali d’oro

gennaio 3, 2007

Insonne, mi sono visto il Giardino dei Finzi-Contini su un canale satellitare. E quindi ho visto la pubblicità di Boy Meets Boy fra un pezzo e l’altro del film. Ma visto che di Bassani si tratta, io mi sento più vicino agli Occhiali d’oro, il romanzo di follia di un uomo più che maturo per un “boy” dove il bozzolo omofobico della società porta al suicidio il vecchio medico. Un romanzo in cui Bassani riesce a non pronunciare (scrivere) la parola “omosessuale”. E la morte stessa sono un paio d’occhiali sul greto asciutto del fiume. La potenza di narrare. Chissà se la cultura gay (ma esiste?) riuscirà mai a liberarsi della sua ossessione giovanilista? E quanto si dissolve lo strato omofobico per un telefilm dove due ragazzi si abbracciano? E se invecchiassimo quei due di Desperate Housewives e li facessimo diventare due cinquantenni, quanti punti perderebbe il programma?

Yeah

dicembre 23, 2006

Curt – We set out to change the world and ended up…just changing ourselves.
Arthur – What’s wrong with that?
Curt – Nothing.
(silence)
If you don’t look at the world.

(Dal film: Velvet Goldmine, 1998)

Dominot, il giovedì

dicembre 12, 2006

Pare proprio che me lo sia perso, lo spettacolo di Dominot al teatro vascello di Roma. Non tutti conoscono Dominot, ma è un personaggio da conoscere. Per chi non è romano, beh, Dominot merita una gita a Roma. Una gita di giovedì.

Dominot è un archetipo del vecchio frocio anni ’50. E’ passato da Tunisi a Parigi, da Edith Piaf a Fellini, lambito da Pasolini e dalla fortuna, vive la sua vecchiaia con Mario (più giovane di lui, uno che in altri tempi maneggiava bene il coltello, dicono, ma potrebbe essere Urban Legend), al Baronato Quattro Bellezze in via di Panico.

La sua storia la racconta lui nell‘intervista che linko, ma ve la racconta anche lui dal vero, se solo andandoci in una sera senza gente, pagando il drink, farete mostra di essere interessati alle foto di lui sulla scena della Dolce Vita o della Voce della Luna. Ma il giorno giusto è il giovedì. Quello è il giorno in cui dovete prenotarvi, perché il locale è minuscolo e perché, se a lui, a Dominot, gira giusto sarà possibile chiedergli il couscous profumato di menta che si chiama Couscous Dominot.

Il giovedì c’era anche Gabriella Ferri fino a poco fa… Ma c’è gente strana, gente vecchia e meno vecchia, turisti curiosi (Dominot è su qualche guida) e amici come me e come tanti che vanno almeno una volta l’anno. Dominot il giovedì gira fra i tavoli nervoso fino a quando non ha servito i suoi couscus. Poi scompare nel bagnetto del suo locale. Il baronato ha un banco di legno che chiude la saletta, lungo le pareti cavalli a dondolo, pezzi di antiquariato di porta portese, il cucchiaino d’argento col quale Sergei Gorbaciov girò il caffè che Dominot gli ha preparato di persona. Da Dominot è così, si sorride, all’ombra della gloria altrui e di riferimenti che si sanno mitologici. Dove l’unica cosa vera è che sei dentro un romanzo di Genet. Ed è bello sorridersi così. Poi si fanno le undici, cioè le 23.

A quel punto Dominot scompare. Nel bagnetto, come abbiamo visto. La musica viene da un nastro mentre un ragazzo giovane e riccio, bello come il sole, prende posto al piano che sta dietro la saletta col banco. Mentre Mario copre il banco di mescita con una tenda di tanto tempo fa, mentre un amico armeggia con delle luci. Verso mezzanotte esce Dominot-trasformato. Per lo più avvolto dentro le sue piume, in parrucca, sale sul banco. E anche se la voce è sempre più roca e il repertorio sempre pretenzioso e alto – la Piaf ovviamente, chi se no? ma anche Lili Marlen – ci si commuove lo stesso. Perché non sono le canzoni a commuovere, ma la voce di Dominot che risale tre quarti di secolo per raccontare la gioia di aver vissuto duramente ma veramente.

Al baronato, il giovedì sera. Di solito risponde Mario. Via di Panico, 23. Telefono 06 687 2865

p.s. Ci manco da un anno, qualche notizia sarà vecchia.