Archive for the 'Don’t ask don’t tell' Category

Non so

settembre 4, 2007

Dall‘intervista di Stefano Campagna, conduttore TG1 a Telegiornaliste. Ci arrivo un po’ tardi, l’hanno segnalata in tanti, ma non mi pare che proponga una “via italiana” al don’t ask don’t tell, che non critico e non lodo. Perché è la stessa che seguo io, e troppo spesso mi dico che è troppo poco. Forse nella mia versione, quella di Campagna mi pare migliore.

«Io vivo la mia vita con la quotidianità di chiunque altro. Mi limito a non
filtrare le parole. Non mi vergogno ad usare il maschile. Io non sono
“dichiarato”, sono una persona che lavora e che non ha nulla da nascondere.
Quella che i benpensanti chiamano ostentazione per me è vita. Mi stupisce
che la cosa stupisca. E spero che smetta di stupire. È stata una grande
conquista per me poter approdare alla conduzione del Tg1 e voglio sperare
che con questo si possa lanciare un messaggio forte a tutti gli omosessuali
che vivono la loro condizione quasi con vergogna, nascondendosi».

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Tradirsi uno alla volta

giugno 12, 2007

Emile Griffith, un grande campione del passato, si dichiara, quasi ai tre quarti della sua vita, per il gay che è, primo pugile a dirlo. Ma primo pugile che ha smesso ormai da tempo, più di 30 anni. Ogni tanto mi chiedo cosa sarebbe del quotidiano tormento degli omosessuali giovani se i vari campioni dello sport e dello show-biz avessero la forza di dirlo: il famoso numero 10, la cantante, l’attore. Ma niente, e chi solo mette il naso fuori dal sacco, paga. Poi guardo me stesso e mi rendo conto di non avere proprio tutti i titoli al loro posto per fargli la morale.

Dubbi al margine delle certezze

giugno 9, 2007

Allora qui è lo zingarello e i compagni di scuola in un istituto per ragazzi con problemi. Stupri sempre a carico di adolescenti di una quindicina d’anni. Pian piano, in un momento in cui le ossessioni mollano la presa, i media cominciano ad accorgersi che esiste l’omosessualità fra i ragazzi. Ma è come se avessero bisogno degli occhiali da sole: quel filtro è la violenza. Che io, a distanza le centinaia di chilometri dai fatti, non mi metto qui a negare. Diciamo che faccio qualche domanda, come al solito. Sono dubbi a margine delle certezze, i miei.

Noi siamo sicuri, sì, che il ragazzo di Foggia sia stato preso e portato in un giardino pubblico e brutalizzato da un ragazzetto che ha quasi la stessa età? E’ senz’altro possibile che sia così e questo rimane lo scenario più probabile. E su Caltanissetta: ancora più probabile la violenza a carico del “disabile” che per la sua disabilità appare poco credibile e in grado di denunciare. Un classico del genere.

E tuttavia….

E tuttavia l’omosessualità non nasce a 25 anni. Bene o male, Ruini o no, la consapevolezza pubblica dell’esistenza dell’omosessualità ne ha accettato l’esistenza se si parla di adulti.

Ma quella coscienza non riesce a fare i conti con l’omosessualità giovanile perché non la sopporta, ed ha bisogno di scambiarla per violenza come deus ex machina da mettere al posto dell’indagine sulle cause. Ripeto: la violenza esiste ed è l’ipotesi più probabile nei casi di oggi e ieri. Ma chiedetevi cosa può pensare di raccontare ai genitori un ragazzino che ha prima acconsentito a un rapporto e poi si trova deluso, impaurito, pieno di dolore e che per questo viene scoperto e messo alle strette?

Come pensare che non darà ai genitori la versione che lo scagiona e lo libera da ogni responsabilità?

I genitori, in fin dei conti, possiamo capirli, se non giustificarli. La prima scoperta è traumatica e comunque l’idea che qualcuno abbia abusato di nostro figlio indifeso è la più spontanea, anche se potrebbe essere sbagliata, delle reazioni che puoi avere.

Noi a nostra volta – come coscienza pubblica, media, scuole, gente “normale” – facciamo la stessa cosa: rendiamo innocente ciò che non lo è perché così possiamo assolverlo, perché così possiamo continuare a credere che, senza un intervento esterno che porta l’infezione, tutto sarebbe andato bene, perché noi siamo puri e a posto. E’ più facile, raccontare di un bene violato dal male.

E invece le cose sono sempre più complicate di come appaiono e soprattutto di quanto può raccontarle un dispaccio d’agenzia o un servizio di telegiornale. Ma che dico? Questo è un paese dove sulla sessualità umana sta calando la censura di fatto del pensiero unico cattolico, dove l’unico modello “pulito” è quello eterosessuale e di coppia, e io mi chiedo se sia possibile rappresentare la complessità della vita umana e del desiderio, magari quando in mezzo c’entra pure la violenza a complicare le cose?

Sarebbe come chiedersi se un claustrofobico sceglierà mai di farsi una notte chiuso in ascensore. Eppure gli ascensori si fermano, a volte perché noi tocchiamo il tasto sbagliato.

Mal di piedi, a Roma, in una sera di giugno

giugno 7, 2007

Pare che la tessera dell’Arci Gay fosse nel portafoglio, e che solo i soldi fossero nel calzino del morto di Milano. Queste sono notizie di oggi. Per intanto da Trento arriva la notizia di tre possibili suicidi di adolescenti. Un terzo di 375 fa 125. Trecentosettantacinque è il numero di adolescenti che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità si suicida in Italia ogni anno, che poi afferma essere un terzo del totale coloro che lo fanno perché non accettano “la propria diversità”. Siamo ancora diversi, eh, anche per chi indaga sulla sofferenza. Qui ci vorrebbe un Paterlini.

Io ripenso intanto a un padre biondo e giovane, oggi nel centro di Roma, davanti a una galleria d’arte. Entrano quattro ragazzi gay e lui, rivolto al bambino che non avrà avuto più di sei anni, gli fa: “Hai capito cosa sono quelli? Sono froooscccciiii”, con la sch romana che si trascina come una pantofola sul pavimento per un paio di secondi. Un vero e proprio tatuaggio dell’anima.

Poi dopo ho passato due ore in auto, tutti dicevano, “è per Bush, mortacci sua, ha fermato il traffico”, e invece si è saputo che c’era una processione, forse il corpus domini, me ne sono accorto dalle migliaia di suore, preti e scout che sciamavano verso il centro paralizzato di traffico.

Sono rimasto fermo in auto per mezz’ora davanti a san pietro in vincoli, dove anni fa riaccompagnai dopo una rapida pizza uno che avevo rimorchiato su internet e che non mi aveva detto di esser prete. “Abito qui, non ti va di salire? E’ una situazione discreta” mi disse col suo accento veneto. Non mi va, te e la tua omosessualità protetta dalla menzogna, tienitela. Si muove il traffico, passo davanti al prato del colle oppio, lì ne avranno ammazzati una decina negli ultimi anni.

Penso che oggi avrei potuto fare qualcosa in più, per mettere all’attenzione di chi so io il caso di Milano. Non l’ho fatto, perché i miei calzini non ospitano solo piedi. E ci sto male.

Non detto, nemmeno fra noi

gennaio 24, 2007

Dal messaggio di posta di Sciachel, mio amico di Torino.

“Qualche giorno fa ho chiamato Giulio, quel mio vecchio amico di
gioventù che ora sta a Bergamo, e siamo rimasti dalle 21 alle 24 al telefono
raccontandoci di tutto e riuscendo a non dirci mai esplicitamente che
siamo gay. Il bello è che a un certo punto gli ho chiesto dove stesse a
New York durante le vacanze di capodanno e lui mi dice ospite di una
collega di una banca d’affari, a Christopher Street. E io “ah si,
scendevi alla fermata del metrò, quella con l’edicola dei giornali a
fianco”. E lui “bravo, c’è anche quel piccolo parco con le statue…”. E
io “certo, e lì vicino il luogo dello Stonewall, la rivolta, i primi
movimenti per i diritti gay”. E lui “si… per quanto alcuni amici mi
dicano che i locali gay al Village ormai non siano …[interruzione], mi
dicono che la vita gay si è trasferita in gran parte a Chelsea.”. Quindi
ha immediatamente dirottato il discorso su un tour de force che si è
fatto in tutta una serie di musei, e il “Flauto Magico” al Metropolitan.
Flauto magico…”


Non vedono, non sentono

gennaio 10, 2007

Continua dal post precedente e mi ci hanno fatto pensare i commenti. Di una donna sui 40, che viveva con un’amica. Vende oggetti di mesticheria nei mercati rionali di Roma, guadagnando anche molto bene. Ha un aspetto molto “sono appena scesa dal tir che ho lasciato in secondo fila, quindi fai presto quello che ti dico”. Ma è in realtà persona squisita.

Abbandonata dalla sua compagna, le ha lasciato anche la casa che avevano comprato insieme, e tosta com’è, ha provato a fare entrare questo suo avvenimento privato negli scambi con le signore sue clienti. Mi disse un giorno: “Tanto io posso pure raccontargli che volo, quelle non ci credono”. Ma tu che gli dici? “Gli dico, signo’, lo sconto nun jo posso fa’, chè mi moglie s’è tenuta casa!”

E le clienti se n’andavano ridendo: “Sta matta”.

Ci sono forme della coscienza eterosessuale che sono come quelle coperte di plastica sulle piscine d’inverno. Non passa niente.

“Persona”, sinonimo di altro uomo

gennaio 9, 2007

Il treno veloce è quasi un ronzio. Cerco di dormire, mi sono alzato presto. Dietro di me, un ragazzone muscolato di 35 anni (l’ha detta lui l’età) parla delle ferie appena passate con “una persona”.

Il suo interlocutore insiste: “Siete fidanzati, quando vi sposate, lei è tua compaesana?”-

L’altro traccheggia, evita, glissa. “E’ una relazione complicata, bisogna ancora vedere”. E continua a non dire “lei”,  ma “la persona”. L’altro, o feroce o scemo (a volte i due termini coesistono), non capisce o finge di non capire, che “la persona” è un altro uomo.

La parte assente

novembre 5, 2006

L’anziana ex suocera, cresciuta a Proust in francese e invecchiata a Edizioni Adelphi, parla a una nipote liceale con occhi velati di commozione di Aschenbach, di Tadzio, del film di Visconti e di Thomas Mann. Riesce a farlo senza mai nominare la passione di Aschenbach per il ragazzo. Ne parla come una guida turisitica del monumento che vi mostra in fretta. Esternalità. La nipote ride, ha capito, non fa domande. Credo che la vecchia scapperebbe se solo sospettasse di che incontri e quali sguardi è fatta la passione di un vero vecchiofrocio. Altro che morte al tramonto e quarta sinfonia di Mahler. Quella è la parte purgata del discorso.