L’inchiesta di Davide Varì su Liberazione

dicembre 24, 2007

Ecco il testo dell’inchiesta di Davide Varì, apparsa ieri, 23 dicembre, su Liberazione.

E questa è la dichiarazione di Aurelio Mancuso, che chiede l’intervento dell’ordine degli psicologi.

Davide si è finto omosessuale desideroso di cura. Ed ecco cos’ha scoperto…

Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca – mi dice – è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c’è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di “quelli come me”.
Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo “consumata” dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità – dice – è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».
A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama “percorso”. Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la “naturale” costruzione della vera identità sessuale. «Per questo – dice – servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il “percorso”. Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.

***

Il primo incontro con il professor Cantelmi

Lo studio del professor Tonino Cantelmi – Presidente dell’Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c’è scritto nella targhetta – è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C’è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino. Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli
dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce – «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me – e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un’altra relazione avuta con un ragazzo un paio d’anni fa.
«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.
Io faccio finta di non capire.
«Voglio dire – continua il Professore – hai avuto rapporti completi?».
Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide – mi dice schietto – sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».
Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall’altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell’unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace – mi dice mentre mi porge il bigliettino – è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l’occasione di ritrovarmi di fronte al “guru” italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore – gli dico con il massimo di gentilezza – io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare – fa lui – la dottoressa ti farà un test..»
«Un test?», faccio eco io
«Sì, un test»
«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.
«Beh! In un certo senso sì», fa lui.
«Scusi – gli chiedo – ma cos’è di preciso l’omosessualità?»
A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io – esordisce – parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»

***

La terapia riparativa: l’omosessualità come il comunismo

Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l’insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un “santone” che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati – proprio così, «gay trattati» – e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta “terapia riparativa” il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all’orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e “riparati” eterosessuali.
Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, presentò anche un’interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto “Omosessualità & speranza”, parla di lobby gay all’assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene – lo ha fatto in una recente intervista per “Acquaviva2000, cultura cattolica in rete” – che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli “malati”». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all’innaturale “religione” omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».
Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d’ordine del già citato gruppo ultracattolico “Obiettivo Chaire”: «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».
Poi l’immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l’identità sessuale si forma in un’età precoce sulla base di ” fattori biologici, psicologici e sociali”; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.
A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti “ex-gay”, persone “riparate” e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall’omosessualità è possibile “guarire”. Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di “ex gay” vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell’organizzazione.

***

La terapia riparativa di Cantelmi

Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso
i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.
«E in tutto questo, l’omosessualità?», chiedo io.
«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».
«Vede – dico cercando di stanarlo – io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».
«Non preoccuparti Davide – mi dice sereno e sorridente – dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».

***

Il Test ed i discepoli del professore e la cura

La dottoressa Cristina Cacace dell’Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca – penso io – scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po’ nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, “la” domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c’è bisogno di alcuna premessa.
Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta “terapia riparativa” oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:
«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina. La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l’appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test – mi dice prima di accompagnarmi alla porta – sapremo meglio come trattare la tua situazione».
Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient’altro che il cosiddetto “Test Minnesota” quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest’ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po’checca.
D’un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella “scoperta” piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L’uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»…
Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.
Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio “grado di omosessualità” e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l’altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.
Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un’occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia “mascolinità” di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure…

***

I risultati del test, quanto sono omosessuale?

«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia “diagnosi”. «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale – continua lei – sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.
Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d’attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i “casi umani”. Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di “leggera nevrosi e depressione” che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l’uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all’infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l’assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.
Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la “guarigione”. Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del “paziente”. Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell’individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto – un fatto certificato da uno psicologo – che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l’omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall’unica norma reale: l’eterosessualità.
«A questo punto – continua poi il professore – si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».
«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io – mi tranquillizza – sarò costantemente informato dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì». «I gruppi ci sono – mi dice lui – ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».
Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi. «Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell’ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: “Oltre l’omosessualità” di Joseph Nicolosi.
Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo – mi dice – troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l’hanno fatta».

***

Il libro di Nicolosi

Oltre l’omosessualità” di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un’appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia – sottolinea Nicolosi – di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell’infanzia. Di qui un’illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, – «gli omosessuali – spiega Nicolosi – si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene» – e una figura materna opprimente. A quel punto l’obiettivo del dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall’opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è «staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato – commenta Nicolosi – il concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l’esterno ti impone. «No, non sono gay», è l’ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.
Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito». (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile». Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.
Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto – svela Nicolosi – ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché «le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l’intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell’omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore. Il messaggio, meglio, l’avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.

***

Prove di guarigione

Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti. «Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l’assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione».
«Confusione?»
«Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide – continua il giovane dottore – parlami della tue esperienze omosessuali». Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?». «Vuol sapere se l’ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato». Sull’orlo dell’esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell’eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e “scabrosi” descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il “malato” che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.
Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti. Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni “subite”? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza.

23/12/2007

 

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27 Risposte to “L’inchiesta di Davide Varì su Liberazione”

  1. pierone Says:

    Quoto da qui: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200712articoli/28715girata.asp

    “A difesa dei terapisti cattolici interviene Paola Binetti, senatrice teodem del Pd, numeraria dell’Opus Dei e neuropsichiatra. «Cantelmi svolge un lavoro eccellente – afferma -. Fino agli Anni Ottanta nei principali testi scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia, poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario».”

    Speechless.

  2. tato Says:

    temo invece che dovremo sforzarci di trovarle, le parole, perchè non è possibile che una come la binetti possa fare parte di un partito che dice di volere rappresentare la laicità.

  3. Davide Vari' Says:

    grazie a tutti, anche a chi non e’ d’accordo col mio articolo
    http://barsine.blogspot.com/

  4. robex Says:

    Beh io posso solo fare gli auguri a questo Cantelmi:
    sperando che non crei dei piccoli mostri disumani, col suo processo di standardizzazione dei “disturbati”.

    Ma e’ legale portare dei minorenni in un posto del genere?
    Non equivale a tortura?

    E complimenti a Vari’, ce ne fossero di piu’ di giornalisti come lui.

  5. Gan Says:

    Anch’io faccio gli auguri a questo Cantelmi: che al più presto sia colpito da qualche disturbo ( leggero, per carità!) che lo costringa a ritirarsi a vita privata e a dedicarsi al giardinaggio e all’allevamento dei canarini.

  6. Mera Says:

    E’ tutto veramente molto triste.Non ci sono troppe parole da sprecare ma ci sarebbe molto da fare.Purtroppo, tutto questo, è il risultato di decenni di oppressione, dove tutti coloro che non si riconoscevano come eterosessuali venivano bollati ed additati come malati.Come qualcuno che non va bene, qualcuno che aveva qualcosa di rotto dentro la testa, qualcuno che, quindi,era del tutto inutile.
    Inetti totali. Capaci di provocare moti di insofferenza, disgusto e repulsione.
    Ed è ancora più triste che a queste “associazioni nate per il bene di tutti” si rivolgono le stesse persone che tutte le domeniche mattine predicano l’amore per il prossimo, si indignano per i morti, gli affamati ed i nullatententi di tutto il mondo. Prendono l’eucarestia. Pregano il Signore che niente di tutto ciò capiti a loro. Ringraziano il Signore perchè niente di tutto ciò è capitato a loro. Pregano il Signore perchè faccia in modo che le ultime analisi mediche tornino negative, che il loro cane scomparso ritrovi la via di casa come anche il loro amato/a figlio/a che, completamente deviato, in preda a schizofrenia a presentato loro il compagno/a di una vita. Sarebbero anche le persone più felici del mondo se sapessero che il/la figlio/a sono follemente innamorati, ricambiati, amati, rispettati e supportati da un’altra persona…ma il fatto che sia dello stesso sesso annulla automaticamente ogni tipo di riconoscimento da parte loro. Da parte di tutti gli altri.
    Quindi, mi chiedo, perchè è necessario tutto questo?

    D’altronde, non posso far altro che complimentarmi e rallegrarmi del fatto che ci sono persone, come Varì ma non solo, che si prodigano per la Verità delle Cose.
    Quindi…grazie!

  7. kuntz82 Says:

    Ma io mi domando, questi che si vantano di “coreggere” i gay perché non dicono anche quanti invece grazie alle loro terapie si suicidano o perdono il lume della ragione?
    E’ davvero agghiacciante, il fondamentalismo.

  8. anna Says:

    Sono una neuropsicologa e sono schifata dal fatto che ancora nel 2007 qualcuno osi tirare in ballo la scienza (interpretandola, non usandola correttamente) per giustificare un pregiudizio bello e buono. Meno male che tanta gente riesce a ragionare con la propria testa! Complimenti a Davide Varì, ottimo lavoro!

  9. Massimo Says:

    Sono Gay e soprattutto fiero di esserlo. La lettura mi ha divertito moltissimo. Dico divertito perchè mi aspettavo una qualità superiore sia nei test che nelle sedute di terapia. Vengono corrotti moltissimi principi della terapia psichiatrica a partire da quello fondamentale della relazione di fiducia tra paziente e terapeuta. Un rapporto non intercambiabile. La strategia atraverso cui confondere l’idee a un paziente evitandogli quindi lo sviluppo di tale fiducia nei confronti del terapeuta è assolutamente inaccettabile. Su quale base un paziente dovrebbe poi trovarsi a collaborare?. La materia è estramamente molle. I contenuti cui fanno riferimento sono solo luoghi comuni, non certezze scientifiche. A questo punto chi dovrebbe sentirsi al sicuro di fronte a questi dottorini e dottoroni? Siamo ancora ai livelli del complesso di Edipo? Del complesso di inferiorità e superiorità? E ancora, il ruolo di attivo o passivo giustifica la presenza o meno dell’omosessualità di un soggetto? Su quale base?

    P.S. Non ho mai voluto fare il fiorista!


  10. Trovo l’inchiesta giornalistica un emerita boiata, fatta solo per far piacere – e non si capisce per quale motivo – le associazioni gaie.
    Innanzitutto che ci à andato a fare un giornalista etero, laico da un professionista chiaramente cattolico?
    In secondo luogo, non si capisce perché, se secondo l’OMS (Officine Meccaniche Stanga) l’omosessualità non è una malattia, una persona gay debba andare da uno psicologo, psicoterapeuta o psichiatra, debba chiedere i servizi – a pagamento – di questi professionisti nel campo della medicina psicologica o psichiatrica, che considerano i loro pazienti dei semplici utenti? Non va dimenticato infatti, che secondo la moderna psicologia o psicoterapia, non esiste la persona sana e priva di malattie in senso assoluto, secondo la psicologia e psichiatria, siamo tutti ammalati. Omosessuali compresi, che possono – secondo alcuni – essere ammalati proprio di omosessualità.
    Ricordiamoci anche che i sani non hanno bisogno del medico, ma solamente i malati, senza dimenticare anche che esistono omosessuali cattolici che sentono dentro – piaccia o no – disgusto spirituale, psicologico e fisico per la loro condizione e che il loro desiderio più grande non è quello d’accettare la propria omosessualità, ma di convertirsi ad una sana e feconda eterosessualità. Infatti, non va dimenticato, sempre secondo la moderna psicologia e psichiatria, che non è il medico che sceglie il paziente, ma viceversa, e infatti, essendo una scelta del paziente, egli ha diritto di trovare – visto che scuce come minimo 50 euro a seduta di 50 minuti – un medico che soddisfi le sue esigenze psicologiche.
    Appellarsi all’ordine dei medici perché – secondo le associazioni gay – sopprimano, in nome del Dogma dell’OMS – il diritto del paziente alla libertà di cura in un mercato anche medico libero ed articolato. A meno che dietro a questa campagna mediatica non ci sia, come spesso accade, proprio l’interesse di un certo tipo di categoria medica di demonizzare la controparte, non tanto perché la cura funzioni o no, ma semplicemente per un fatto economico.
    Mi sembra che dietro a questo inutile cancan si dimentichi una cosa importante: il diritto delle persona alla sanità psicologica, ritrovando il proprio equilibrio interiore, non importa se tornando ad essere etero – che non né una colpa né un infamia – oppure proseguendo nella strada dell’accettazione del proprio orientamento sessuale, con tutti i disagi che ne conseguono.

  11. Briciola Says:

    Sono davvero inorridita da quel che ho letto.DA studentessa in psicolgia posso dire che quel che emerge dall’articolo è l’esatto opposto di quel che avviene realmente nei colloqui psicologici.Ho letto alcuni libri in materia e quel che fa più male è che questa storia butta fango su psicologi che aiutano veramente le persone a ritrovare un equilibrio personale nell’assolutà libertà di scegliere la propria tendenza sessuale. Quello che un vero psicologo deve fare è aiutare il paziente a superare traumi, non decidere per lui quale deve essere la sua tendenza sessuale!!!!!
    Sono tanti i dottori che ogni giorno aiutano realmente gli omosessuali a trovare la loro reale strada, che sia quela dell’omosessualità, della bisessualità o della eterosessualità.
    Inoltre davvero non capisco come il giornalista sia riuscito a superare tranquillamente l’MMPI ed il Rorschach senza destare sospetti. L’MMPI è fornito di numerose scale che servono a testare la tendenza alla falsificazione. Il giornalista è stato molto bravo o la psicologa era davvero un’incompetente??
    Spero solo che chi leggerà quest’articolo non farà l’errore di pensare che tutti gli psicologi siano convinti che l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità siano “mali da curare”.
    Credete nella psicologia, può davvero aiutare se viene svolta con competenza e nel rispetto del codice deontologico.

  12. Massimo Says:

    Salve a tutti. Non so se questa sia sede per una discussione vera e propria ma sento ugualmente l’esigenza di esprimere alcuni pensieri, in particolar modo dopo aver letto l’intervento del signor Marco Bazzato. È legittimo che uno la pensi diversamente ma a me sembra un pò esagerato suddividere in categorie le persone. Malato o sano. Facile, è come dire buoni o cattivi. Le persone non sono ne numeri ne categorie. Semmai potremmo parlare di condizioni e modi di essere più che malattie…Questo è un concetto che spesso non viene in mente a tutti. In quanto omosessuale non nascondo affatto che un articolo come questo, a maggior ragione se scritto da un etero, mi abbia in un certo senso rallegrato. Parla di me e mi dice che non sono sbagliato. Ribadisce la naturalezza del mio modo di essere… Cosa che forse alcuni definirebbero una deviazione gravissima. Lo sarebbe solo se in rapporto a fattori cose e persone che lo hanno stabilito. Quindi relativamente vere e giuste. Trovo poi molto offensivo l’uso dell’OMS come se fossimo maniaci del sesso e della cosidetta asta. Questo mi autorizerebbe ad usare l’acronimo OMP (Officine Meccaniche Passera) ma evito queste bassezze…

  13. Carlo Says:

    Come psicologo e come gay desidero ribadire al signor Marco Bazzato, e più in generale a tutti quelli che leggono qui, che per quanto riguarda il diritto alla sanità psicologica non esiste per un omosessuale un’opzione del tipo “tornare ad essere etero” – per quanto disgusto possa egli provare per il fatto di essere come è – e che pertanto non esiste un diritto a “tornare” come non è mai stato e come non potrà mai essere, così come non esiste un diritto per il pesce di diventare uccello dato che non esiste la possibilità di far diventare uccelli i pesci. Questo è ormai un dato di fatto assodato, se qualcuno lo vuole conoscere. E non si tratta di lobby gay. Chi fa scienza veramente e chi ha a cuore veramente la sanità psicologica dei suoi pazienti dovrebbe conoscere i veri risultati delle terapie riparative: sofferenza, equilibrio “di polizia” serrato su desideri, fantasie e tendenze sessuali – tutt’altro rispetto all’espressività di una sessualità spontanea – percentuali di insuccesso altissime, instabilità delle “riparazioni”, durata eccessiva della “terapia” in misura inaccettabile rispetto alla life span. Non ci si nasconda dietro una presunta “libertà di cura”. Il vero interesse da scovare, qui, è solo quello di chi dietro l’apparente “libertà di cura” pretende di far passare tristi ideologie sulla pelle e sulla carne viva e sofferente di persone che non sanno interiormente di essere sane, giuste, belle, esattamente come tutte le altre.

  14. luca Says:

    A me torna in mente Arancia Meccanica, ma sarà perché sono ormai anzianotto.

  15. costarom Says:

    Marco Bazzato è solo un povero idiota, mi chiedo soltanto se sotto tutta la sua acredine versata su tutto e su tutti, con particolare picca per i gay, non ci sia in realtà un profondo problema di conflitto interiore di cui lui stesso per primo dovrebbe liberarsi mentre gira per le vi di Sòfia, magari manina nella manina con il suo amichetto

  16. psicotech Says:

    Per tutti:Davide Varì, autore della fantastica inchiesta che avete commentato, è stato rinviato a giudizio del PM della Procura di Roama. Reato penale: diffamazione grave, e con lui il direttore del quoridiano Liberazione. Ottima inchiesta la sua. Vi farò sapere quando saranno quantificati in milioni di euro i danni… Viva i giudici!

  17. Carlo Says:

    In ogni caso sei un etero che è andato a fingersi omo e lo hanno sgamato: ti hanno detto che eri moderatamente omo. Siccome per me omosessuali puri ed eterosessuali puri non esistono, direi che ti hanno detto la pura verità. Di che ti lamenti?

  18. aippc Says:

    Desideriamo rendere noto che avete discusso di una inchiesta per la quale nel novembre 2008 il PM della Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per Davide Varì per aver diffamato il Prof. Cantelmi e il 19 giugno 2009 il GUP del Tribunale di Roma ha rinviato a giudizio il suddetto Varì, il quotidiano Liberazione, l’allora Direttore Sansonetti e l’editore del quotidiano, ammettendo come parti civili le persone offese. Per ora quindi si discute di un clamoroso tentativo di diffamare una persona perbene.

  19. psicotech Says:

    19 giugno 2009
    David varì rinviato a giudizio. sarà processato. Diffamazione. Con lui il quotidiano Liberazione.A tutti gli ipocriti che hanno commentato: Varì è quello che è, un giornalista sottoinchiesta. preannuncio un esposto all’ordine dei giornalisti perchè il Varì non la passi liscia.

  20. Giovanna Says:

    Bene, spero venga condannato così magari gli passa la voglia di impartire morali dall’alto della sua saccenza.
    Da tutti mi aspetto morali tranne da chi è intimamente disonesto ma la Sinistra ci ha abituato a queste fantastiche e stomachevoli performances: fate come dico io non fate come faccio io.
    Complimentoni.

  21. psicotech Says:

    IN modo particolare alla neuropsichiatra che ha commentato l’inchiesta di Varì: se sei onesta chiedi scusa al Prof. Cantelmi! vARì è UN DIFFAMATORE, SOTTOPROCESSO PENALE! a tutti i coglioni che hanno bevuto le cavolate del Varì….

  22. Alessandro Says:

    Continuate? Dove …azzo è questo processo, e per giunta penale?
    Prove, non fuffa.

  23. Alessandro Says:

    E visto che insistete tanto, ecco il comunicato ufficiale del presidente dell’ordine degli psicologi:

    [QUOTE]Omossessualità e “terapia riparativa”. Lo psicologo non deroga mai
    In relazione alle polemiche innescate dal reportage di Davide Varì pubblicato su Liberazione riteniamo utile fornire alcuni elementi di riflessione. Lo psicologo non deroga mai ai principi del Codice Deontologico nessuna ragione né di natura culturale né di natura religiosa, di classe o economica può spingere uno psicologo a comportamenti o ad interventi professionali non conformi a tali principi. Questo non certamente per timore delle possibili sanzioni (che pur gli Ordini puntualmente comminano), ma perché i principi del Codice sono intimamente e inestricabilmente connessi con la cultura, il sapere e il saper fare dello psicologo. “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri…. “ e quindi “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio/economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. …” E’ evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona.[/QUOTE]

  24. Psicolab Says:

    Desideriamo precisare quanto segue: il Pubblico Ministero del Tribunale Penale di Roma al termine delle indagini istruttorie ha chiesto il rinvio a giudizio per Davide Varì e per il Direttore del quotidiano Liberazione. Il GUP dopo varie udienze (nelle prime delle quali il Varì non si è presentato per difetto di notifica, rallentando l’iter processuale), ha rinviato a giudizio il Varì, il Direttore e l’Amministratore della Casa Editrice. Il GUP ha anche riconosciuto il diritto ai professionisti citati dal Varì di costituirsi parte civile per il dovuto risarcimento.


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