Il Foglio dice che i froci non si chiamano froci (se no si perde)

marzo 3, 2007

Un editoriale del Foglio di oggi, pagina 3. Titolo originale: “Ma l’omofobia no”.  Lo avrei linkato ma non è tecnicamente possibile. Lo incollo.

Il senatore Giulio Andreotti, allo scopo di indurre il governo a seppellire definitivamente la proposta di legge sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, ha affastellato una serie di luoghi comuni, popolareschi o “contadini” finché si vuole, ma oltraggiosi nei confronti delle persone omosessuali. Sostenere che quelli da garantire sono i diritti individuali di tutte le persone, indipendentemente dal
loro stile di vita o dal loro orientamento sessuale, è indispensabile, oltre che giusto, se si vuole combattere in modo civile l’idea contraria, che consiste nel definire e garantire giuridicamente i rapporti affettivi, come fa la proposta di legge sui Dico, equiparandoli
alla famiglia. Il principio liberale su cui ci si basa per contestarli è che lo stato non mette il naso sotto le lenzuola,
che è l’esatto contrario di un atteggiamento che di fatto seleziona e giudica le persone per caratteristiche delle quali lo stato e quindi la politica
non debbono impicciarsi.

Forse qualcuno pensa che il ricorso a luoghi comuni sostanzialmente omofobi, come quello che fa confusione tra la pedofilia e l’omosessualità,
possa rendere “popolare” la battaglia contro i Dico, e che quindi il fine giustifica i mezzi. Va detto chiaro e tondo che non è così. In primo luogo per una ragione di principio: la denigrazione di persone che non commettono alcun reato è del tutto intollerabile. Può anche provocare rigurgiti di inciviltà, come accade spesso quando si attaccano gruppi di minoranza. Basta ricordare come si è instillato l’antisemitismo nella Francia dell’Ottocento e nella Germania del Novecento. D’altra parte anche la chiesa, che condanna le pratiche omosessuali, distingue tra quel “disordine” e la persona che lo commette, che va comunque rispettata
e amata. C’è poi un aspetto, per così dire tattico, che va considerato: la battaglia per la difesa della famiglia, in questo caso quella basata sul matrimonio civile, è una battaglia di libertà, che rifiuta l’omologazione decisa dallo stato in modelli precostituiti. Confonderla con un moralismo rozzola rende meno credibile.

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