Perché “Bent” stanotte che ho l’insonnia

dicembre 24, 2006

Ogni volta che sono insonne leggo cose che non so perché le scelgo. Non hanno un significato, non uno immediatamente chiaro alla coscienza, quasi un sogno, di certo un enigma da sciogliere. Stavolta è toccato a Bent , un lavoro teatrale del 1979 di Martin Sherman.

Bent è tante cose, ma soprattutto un’elaborazione sul tema del tradimento come forma di sopravvivenza in un ambiente ostile. Tradimento dell’altro, che muore per il tradimento tuo e tradimento di se stesso. Vendita di se stesso all’oppressore omofobo in cambio della vita propria ma non di quella dell’altro.

In Bent il traditore dimentica il nome dei suoi traditi. Mi sono innamorato di questo testo per un articolo di Giovanni Forti, uscito su Reporter attorno all’85, forse l’86, vado a memoria, e non l’ho più perso di vista. Rileggerlo e rivederlo a teatro è anche un mio privato omaggio a Giovanni, che conoscevo ma di cui non ero amico e che dopo la sua morte è diventato quasi una figura di riferimento per me, attraverso il diario di Brett Shapiro, suo compagno e marito – si erano sposati con rito ebraico a Manhattan in una sinagoga che ammetteva il matrimonio gay. Il libro si chiama L’Intruso.

Ma perché Bent proprio stanotte che il raffreddore mi soffoca, e i pensieri e le angosce si rincorrono come cavalli di una giostra?

Forse perché sto ripensando – ho bisogno di ripensarti attraverso quel testo – a te, che sei stato con me 11 anni. A te, che mi hai fatto cambiare vita (lasciare il matrimonio, i figli), e alle tue rivendicazioni così “bentiane” di tradimento, di tradimento mio. Ma anche di noi/loro, tipico di ogni situazione in cui i due o uno dei due teme l’omofobia altrui – il giudizio degli amici, la discriminazione sul lavoro….

Le rivendicazioni… Prima era la gelosia (mi tradisci con), poi l’incredulità (non farai mai ciò che dico, compreremo casa insieme e me la toglierai), poi il sospetto che diventa certezza (operi per il mio male, per nuocermi), poi il terrore per il mondo (loro lavorano contro di me, tu non fai niente per difendermi).

A te, che non leggi qui, che non sai niente di questo blog, a te dico che erano tutti falsi i tradimenti che mi hai addebitato. E però vedevi un’ombra e non sapevi dargli un nome. Era la mia omofobia interiore, contro cui ogni atto di coraggio reale era la mia personale sfida che tu non capivi – tu gay “straight”, dichiarato.

Non ti ho mai messo le corna, se non quando tutto era finito, perché l’unico coraggio possibile lo attingevo dalla tua presenza, anche involontaria (non facevi niente per darmene). Forse, come Horst in Bent , tu “sentivi” un difetto ma ne traevi conclusioni deliranti (sei un delirante).

Ma tu sei “come” morto. La tua lontananza, soprattutto mentale, non ci permetterebbe di dirci niente nemmeno se fossimo da soli per due giorni nella stessa stanza. Di tutto ciò che è stato, questa è la morte che mi pesa di più, perché stai fuggendo ancora dal fantasma del frocio venduto ai “nazisti” (il mondo omofobo fuori) che tentavo di non essere più. Fuggirai tutta la vita (da me, da questo che è stato), e io, nelle notti di insonnia, leggo Bent senza capire perché mi piace ancora (lo conosco a memoria).

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