Dominot, il giovedì

dicembre 12, 2006

Pare proprio che me lo sia perso, lo spettacolo di Dominot al teatro vascello di Roma. Non tutti conoscono Dominot, ma è un personaggio da conoscere. Per chi non è romano, beh, Dominot merita una gita a Roma. Una gita di giovedì.

Dominot è un archetipo del vecchio frocio anni ’50. E’ passato da Tunisi a Parigi, da Edith Piaf a Fellini, lambito da Pasolini e dalla fortuna, vive la sua vecchiaia con Mario (più giovane di lui, uno che in altri tempi maneggiava bene il coltello, dicono, ma potrebbe essere Urban Legend), al Baronato Quattro Bellezze in via di Panico.

La sua storia la racconta lui nell‘intervista che linko, ma ve la racconta anche lui dal vero, se solo andandoci in una sera senza gente, pagando il drink, farete mostra di essere interessati alle foto di lui sulla scena della Dolce Vita o della Voce della Luna. Ma il giorno giusto è il giovedì. Quello è il giorno in cui dovete prenotarvi, perché il locale è minuscolo e perché, se a lui, a Dominot, gira giusto sarà possibile chiedergli il couscous profumato di menta che si chiama Couscous Dominot.

Il giovedì c’era anche Gabriella Ferri fino a poco fa… Ma c’è gente strana, gente vecchia e meno vecchia, turisti curiosi (Dominot è su qualche guida) e amici come me e come tanti che vanno almeno una volta l’anno. Dominot il giovedì gira fra i tavoli nervoso fino a quando non ha servito i suoi couscus. Poi scompare nel bagnetto del suo locale. Il baronato ha un banco di legno che chiude la saletta, lungo le pareti cavalli a dondolo, pezzi di antiquariato di porta portese, il cucchiaino d’argento col quale Sergei Gorbaciov girò il caffè che Dominot gli ha preparato di persona. Da Dominot è così, si sorride, all’ombra della gloria altrui e di riferimenti che si sanno mitologici. Dove l’unica cosa vera è che sei dentro un romanzo di Genet. Ed è bello sorridersi così. Poi si fanno le undici, cioè le 23.

A quel punto Dominot scompare. Nel bagnetto, come abbiamo visto. La musica viene da un nastro mentre un ragazzo giovane e riccio, bello come il sole, prende posto al piano che sta dietro la saletta col banco. Mentre Mario copre il banco di mescita con una tenda di tanto tempo fa, mentre un amico armeggia con delle luci. Verso mezzanotte esce Dominot-trasformato. Per lo più avvolto dentro le sue piume, in parrucca, sale sul banco. E anche se la voce è sempre più roca e il repertorio sempre pretenzioso e alto – la Piaf ovviamente, chi se no? ma anche Lili Marlen – ci si commuove lo stesso. Perché non sono le canzoni a commuovere, ma la voce di Dominot che risale tre quarti di secolo per raccontare la gioia di aver vissuto duramente ma veramente.

Al baronato, il giovedì sera. Di solito risponde Mario. Via di Panico, 23. Telefono 06 687 2865

p.s. Ci manco da un anno, qualche notizia sarà vecchia.

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3 Risposte to “Dominot, il giovedì”

  1. eo Says:

    che gusto c’é esibirsi sui tacchi a spillo e ricoperto di paillettes quando sai che il massimo che ti può capitare é che la SIAE ti blocchi il numero perche ti sei dimenticato di pagare i diritti su I WILL SURVIVE?
    Chissà che peripezie nella retriva Roma della dolce vita abbia dovuto sopportare la nostra eroica Dominot. Io non la conosco ma voglio calarmi nella parte di chi lascia la Ville Lumiere e si propone accanto alla Cloaca Maxima, ed immaginarmela al centro di una visione un poco torbida come le acque del nostro biondo (tinto) fiume… polizia che irrompe, il poliziotto confidente/confessore, le notti in questura, i sigilli, il timido plauso del pubblico, poi qualche turista che passa voce, poi finalmente il riconoscimento delle istituzioni per questa che é una istituzione; e, alle spalle di tutto ciò, una grande forza d’animo delle creature divine: ci vediamo presto Dominot!

  2. M Says:

    Ho trovato Dominot per caso, una sera in via di Panico. Notte d’agosto tiepida di quelle in cui al Baronato non c’è nessuno e lui ha voglia di raccontare. Ho vissuto la magia delle sue parole e il profumo di quelle storie sotto la Storia.
    Lontano da questi giorni insipidi, dalla vitalità di cartapesta che è ormai un rito senza magia, mi è piaciuto ricordare che ancora so sognare.


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