“Gli scomparsi” di Daniel Mendelsohn (scheda) è un romanzo-diario-documentario scritto da uno che maneggia la scrittura e la narrazione come il respiro. No, la parola gay non c’è neanche una volta nelle prime 300 pagine (su 717) che ho letto fin qui, ma Mendelsohn, che gay è e che ha scritto un libro bellissimo non tradotto in italiano su identità e desiderio (The Elusive Embrace: Desire and the Riddle of Identity , qui il sito di DM), è un inteprete forte di un pensiero omosessuale non letterale, di una sensibilità omosessuale nella letteratura.
Gli Scomparsi (originale: The Lost: the Search for Six of Six Millions) è il diario di un’ossessione che dura da una vita, quella di ricostruire la storia della propria famiglia a partire dai sei parenti portati via dall’Olocausto, cercando di strappare il ricordo al nulla attraverso una foto ingiallita, la testimonianza di un vecchio ormai demente, giri inesauribili su internet e viaggi a non finire.
E’ come se l’ossessione di scacciare l’annullamento totale fosse più viva in un gay. Mendeslohn mi fa pensare al finale di “Mentre l’Inghilterra Dorme” di Leavitt, quando il protagonista ormai ottantenne, sa che con la sua morte il ricordo di quell’amore di 50 anni prima morirà con lui e non ci sarà più. Ricordo che quella notte non dormii per una crisi di pianto, e fu una notte importante per capire che era il momento di andare fino in fondo.